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Topper Harley


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Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.

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venerdì, 28 agosto 2009

Capita una volta nella vita. Che vai a cena da amici e subito noti un paio di occhi che ti squadri. Che la serata sia divertente, la birra scorra a fiumi e l'innocenza delle battute vada via via perdendosi. Che la serata tranquilla si trasformi in un set di strani personaggi. Che la donna cannone sia in amore con un avvocato di indubbio fascino. Che l'infermiera dalla cinquanta abbondante abbia un viso d'angelo. Che il festeggiato abbia già un matrimonio fallito e un figlio malgrado un'età brevissima. Che alla combriccola si unisca una pornostar andata in bianco.
Capita una volta nella vita. Che tra tanti sguardi sorridenti uno ti colpisca. Che quello sguardo diventi un volto, quel volto un corpo, quel corpo un'anima troppo giovane per te ma che, sul momento, non sei in grado di respingere.
Capita una volta nella vita che, al primo incontro, quel paio di occhi decida di seguirti portando con sè tutto il resto. Che tra un bicchiere e l'altro si decida di passare la notte nello stesso letto. Che arrivati a casa lei si spogli e si distenda. Che dopo tre minuti lei dorma e tu, grandissimo stronzo, ti metta davanti al pc a scrivere.
Perchè capita una volta nella vita che un barlume di coscienza sia concorde con il destino nel dire che non sarebbe stato giusto un finale diverso.


Topper Harley | 01:17 | commenti (28)

martedì, 25 agosto 2009

Non riesco a dormire, fa caldo e ho la coscienza piena di roba inutile che non vuole nascondersi nel baule dei ricordi. Devo smetterla. Mi invento che ho sete. Non è vero ma, barcollando, arrivo al frigo e mentre sorseggio dalla bottiglia tuonano nella testa le parole di una canzone che conosco a memoria:

I know someday you'll have a beautiful life,
I know you'll be a star,
In somebody else's sky...

Gliel'avevo dedicata anni fa. Mai testo è stato tanto appropriato a qualcosa che ho vissuto. Torno a letto canticchiando malgrado la musica e le parole siano tutt'altro che allegre. E' la naturale tendenza a farci del male quando le difese sono abbassate, nel sonno, nel dormiveglia, quel lungo attimo in cui non siamo consapevoli di cosa può colpirci.
Il buio mi circonda. Black è il titolo della canzone, manco a dirlo. Forse sto solo pensando di cantarla. Forse non mi sono nemmeno alzato dal letto. Allora mi alzo sul serio. O di nuovo. Accendo il pc, ho bisogno di scrivere. Una volta per scrivere bastavano quattro dita su una matita e un pezzo di carta, ora ce ne vogliono dieci su un pezzo di plastica che ha già tutte le parole del mondo, basta mettere in ordine le lettere. Faccio partire il primo mp3 che capita, è Innuendo. Senza volerlo mi soffermo su questo verso:

If there's a God or any kind of justice under the sky...

Qualcosa mi turba. Potrebbe essere un rumore che viene dall'altra stanza: la mia coinquilina, un ladro, il vento, non importa purchè non venga qui. Ma non è questo. Sono le parole di quest'altra musica. Una parola anzi, il cielo.
Inizio a scrivere pensieri sparsi che un giorno diverranno un post, se ho fortuna un romanzo. Navigo su internet. Leggo senza leggere niente. Un'altra canzone ancora colpisce la mia attenzione. Sono gli U2. Non è il 4 aprile, non è mattina presto, nessuno ha sparato, non sono a Memphis eppure:

Early morning, april 4,
Shot ring out in the Memphis sky...

Poi vedo il banner e capisco. Il cielo. 49 euro una tantum. E per tre mesi vedo Mondo, Cinema, Sport e Calcio.

E così sottoscrivo l'abbonamento a Sky...


Topper Harley | 00:49 | commenti (15)

venerdì, 21 agosto 2009

L’ho ribattezzato Passo Pordoi in memoria delle scalate mitiche e dolomitiche del Giro d’Italia. E’ un tratto di strada che raggiungo in mountain bike dal mio tepee dopo non so quanti chilometri, sempre in salita, sempre sotto sforzo, sempre con tre parole in testa: “quando cazzo arrivo”. Il punto è che non arrivo, perchè finiscono quei chilometri in pendenza ma inizia il Pordoi che di pendenza arriverà al 20%, il limite credo umanamente e fisicamente concepibile da chi costruisce le strade. Il Pordoi non è semplicemente una salita dopo le salite, è un muro, è verticale. Se ci arrivassi a velocità, andrei a sbatterci. Le auto fondono il motore tentando di percorrerlo. Qualcuno ci ha provato a piedi, con le ventose sui gomiti e sulle ginocchia, ma non è più tornato. Ad oggi nemmeno Google Earth è riuscito a determinare dove porti quella strada. Una leggenda narra che anni fa un tale, arrivato misteriosamente dall’altro lato facendo il giro largo, si sia suicidato lasciandosi cadere lungo l’asfalto e che il suo spirito stia ancora svolazzando da quelle parti. Personalmente provo a scalare il passo da oltre un anno senza risultati. Ormai l’impresa somiglia ad un cubo di Rubik, un rebus di Briga o un permesso di soggiorno in Italia ossia una pratica quasi impossibile da sbrigare. Una di quelle cose che, fatta, non cambia la vita ma che al tempo stesso permette di entrare nell’elite di coloro che ci sono riusciti. Perché quelli che riescono in qualcosa di significativo, rispetto a quelli che non ci riescono, sono sempre di meno. Io purtroppo sto ancora con la maggioranza. Le mie fatiche mi portano soltanto all’incrocio con semaforo da cui il Pordoi ha inizio e a cui arrivo già con le gambe che trasudano acido lattico. Al semaforo mi fermo – non perché sia rosso – faccio inversione e torno indietro mestamente senza nemmeno pedalare, visto che il percorso, a quel punto, me lo trovo tutto in discesa. E lì, con le gambe distese sul manubrio e le braccia incrociate sulla nuca, guardo il cielo e mi chiedo se un giorno riuscirò a superare quell’ostacolo. A volte, in attesa che la bici mi riporti a casa, leggo un libro o cazzeggio con il portatile. Ieri ho scritto questo post. Domani magari scriverò che il Pordoi è finalmente un ricordo.


Topper Harley | 17:46 | commenti (9)