
Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
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Questa volta sono stati più gentili. Non come a Bruxelles. Noi siamo stati ingenui, abbiamo commesso errori facilmente evitabili. Loro erano tantissimi, neri e – sembrava – incazzati. Sarà stato il caldo. Noi eravamo eccitati, avevamo voglia di fare e qualcuno sapeva che quelle felpe, indossate alle tre del pomeriggio di un giorno di luglio, avrebbero dato nell’occhio. Tanto spazio, tanta gente. Linea di confine tra due stati.
Capiamo subito che sarebbe stato difficile, impossibile forse. Erano più di noi e troppo vicini l’un altro per poter passare. Se avessimo corso ci avrebbero sparato. No, sparato no, non sarebbe stato carino. Però ci avrebbero fermato con le cattive. Non ne hanno avuto bisogno, ci hanno beccato quasi subito, l’abbronzato non era nemmeno arrivato e il signor Sedicesimo ancora prendeva il caffè. Colpa delle felpe. Servivano a nascondere ciò che alla fine non ci hanno nemmeno sequestrato.
Mi chiedono di seguirli. Avevano il mio documento, dovevo farlo per forza. Mi portano vicino la camionetta e lì vedo tutti gli altri. Mi chiedo come cazzo si sono fatti beccare. Poi capisco, è stato l’atteggiamento: troppo palese che non eravamo lì per far festa. Venti minuti dopo, per la prima volta in vita mia, salgo sulla volante. Finalmente. Conoscevo la camionetta belga e anche quella italiana, la volante mi mancava. E’ stato divertente. Correvano. Per due volte hanno strisciato il fondo dell’auto sul manto stradale, scusandosi pure per la velocità, ma avevano fretta di tornare al loro posto. Arriviamo. Li saluto con un arrivederci, mi guardano sorridendo, mi correggo: speriamo di non rivederci più. L’ufficio non è male, piccolo, accogliente. Non c’è aria condizionata ma non fa caldo. Piano piano arrivano tutti. O meglio quasi tutti. Non sanno che eravamo molti di più. L’azione comunque è fallita. Non è un arresto, non è un fermo. E’ un semplice controllo, ci dicono. E’ vero. Potrò pure circolare con una felpa indosso a luglio no? Ci riconoscono, sanno chi siamo e, lì lo dicono e lì lo negano, approvano quello che facciamo. Ma dovevano fermarci. In fondo si trattava pur sempre delle due più alte personalità del mondo conosciuto. Ci intrattengono, chiaccheriamo, scherziamo insieme, aspettando che l’evento giunga al termine. E l’evento giunge al termine dopo un paio d’ore. Siamo liberi, possiamo andare. La prossima volta non sbaglieremo.