Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
Quel secolo, al Bilderberg, c’erano anche loro. Non era mai accaduto ma gli ultimi avvenimenti avevano indotto Ariba Buyer a convocare i compagni di merende per discutere dei destini dei mondi e del pianeta Terra in particolare.
Al tavolo verde c’era Dio, sceneggiatore, produttore e regista del mondo reale. Si presentava nelle sembianze di un uomo anziano in ottima forma fisica, barbuto, in abito bianco Armani. C’era Splinder, ideatore e conduttore del mondo virtuale, con le sembianze di un avatar. C’era la morte, nera, incappucciata e con la falce che non smetteva di agitarsi. C’era Woland, il diavolo, nei panni di uno straniero nella Mosca degli anni '30. E c’era il solito Andreotti che aveva l’aspetto di Giulio Andreotti quando era giovane, a novantadue anni. Su tutti, chiaramente, dominava la figura incostratata di Ariba Buyer, il burattinaio di tutti loro e dei loro mondi, che aveva scelto di mostrarsi nella forma di un ficus benjamin.
Il tavolo verde era stato allestito per rendere l’evento più informale e permettere ai padroni dell’universo di divertirsi con quell’antico gioco di carte e bluff che era il poker. Ariba si limitava a gestire il mazzo e distribuire full d'assi e scale reali secondo l’ordine da lui prestabilito, quello che alla fine non avrebbe portato ad alcun vincitore. La fine, come al solito, l’avrebbe stabilita lui stesso quando sarebbe giunta l’ora di andare a guardare il Grande Fratello.
Tra una mano e l’altra, ognuno avanzava le proprie proposte.
La morte chiedeva di snellire l’iter burocratico che ogni volta la obbligava a compilare pacchi di moduli da far firmare a Dio per organizzare terremoti, alluvioni, siccità e tutte le catastrofi naturali in genere. Voleva più indipendenza e aveva ragione.
Dio, d’altro canto, si era rotto le palle dell’umanità e meditava un nuovo diluvio universale ma senza arca. Avrebbe risparmiato soltanto le zanzare.
Splinder voleva eliminare Facebook, MySpace e Second Life. Quando parlò, tutti annuirono.
Woland, che era abbastanza modesto, pretendeva soltanto una nuova casa sulla Terra per perpetrare il male: non gli bastava più il Vaticano. Chiedeva un luogo da cui poter ottenere maggiore visibilità e propose Porta a Porta.
Andreotti aveva le idee chiarissime, idee molto spicciole ma praticabili: tra le tante, l’autorizzazione a far ammazzare Roberto Saviano e Gioacchino Genchi, la beatificazione, il passaggio della sua carica da senatore a vita a senatore a vita ultraterrena, l’invasione dell’Italia da parte della Libia e l’indulto per i reati con molto spargimento di sangue. Ariba Buyer agitò le foglie e sottolineò che queste erano tutte faccende che avrebbe potuto sbrigare da solo e senza problemi. Andreotti rispose con la celebre massima: “Non basta avere ragione: bisogna avere qualcuno che te la dia”. Il ficus si incazzò e gli piegò le orecchie. A questo punto Ariba Buyer, nervoso e perplesso, chiese un attimo di silenzio per riflettere. Dopo diciotto giorni, aprì gli occhi, si traformò in Jude Law, ritirò le carte dal tavolo con una mossa imparata da Silvan e disse la sua. Fece notare che gli intenti manifestati miravano a commettere azioni non propriamente compatibili con il bene del creato. Egli stesso accantonò la sua idea dell’invasione aliena e del Biggest Bang. Ribadì che nel mondo qualcosa di buono accadeva sempre, in ogni istante, e che questo doveva essere tutelato, non ostacolato. Bisognava incoraggiare, a suo dire, gli uomini a far meglio, non distruggerli né portarli all’autodistruzione. Voleva dimostrare a Dio, a Splinder, alla morte, a Woland e ad Andreotti che l’universo si fonda sulle piccole cose. Per far comprendere cosa intendesse, aprì il suo portatile, lanciò Google Earth e scelse a caso un essere umano. Tutti guardavano incuriositi. Ariba Jude Law puntò sul Nepal e con lo zoom inquadrò un tepee in una collinetta alla periferia di Katmandu dove un tizio di nome Topper Harley, proprio in quel momento, stava sorridendo davanti alla foto del suo bimbo adottato a distanza.
Funziona così. Una mattina ti svegli e ti trovi un sms sul cellulare o una mail nella posta o un piccione sul davanzale. Il messaggio contiene poche parole il cui significato, complesso quanto il nodo gordiano e decodificabile tramite apposito algoritmo, altro non è che un invito ad una festa, nei giorni indicati, in un luogo imprecisato. L’ultimo diceva così: “Party in nord Europa, confermare disponibilità giorni 8-12”. Ho confermato. E così giorno 8 parto e so che starò in nord Europa fino al 12. Solo ieri ho saputo che andrò in Belgio. Domani saprò con quale mezzo e in quale città. Per fortuna il Belgio non è il Canada o la Russia, le destinazioni papabili sono poche. Mi preoccupa il mezzo: l’ultima volta il cammello quasi schiattava. Lo zaino è sempre pronto. Obbligatori sono solo il sacco a pelo, lo spazzolino, un documento d’identità e il kit da climber. Facoltativi sono un libro, o anche due, per il viaggio, la fotocamera, vestiti e intimo di ricambio e una botta di culo. Quest’ultima è facoltativa perchè si può avere oppure no. Se non sarà con me, trascorrerò un giorno a scelta tra l’8 e il 12 in centrale. Se sarà con me, avrò anche di che svagarmi. Perché questa non è una vacanza. Le vacanze, grazie rispettivamente al tempo che scorre, al mio istinto anglocàzzone e ai soldi che l’egiziano mi dà ogni mese, le passerò a marzo in Sicilia, ad aprile a Parigi, a maggio in Egitto. Da giugno in poi si vedrà. Intanto parto per il party.