
Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
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Dunque. Sono stato in questa clinica. Difficile spiegare a me stesso il perchè. Sarà stata la curiosità o la consapevolezza di non poter rifiutare o l’idea di una giornata diversa, fatto sta che sono andato.
L’arrivo non è stato esattamente quello di una gara vincente, mi sentivo più un pugile che attende l’ultima ripresa stufo di prendere pugni. Una fontana gigante sembrava preannunciare cosa avrei trovato all’interno: la vasca azzurra e piena d’acqua stava ai piedi di una statua a grandezza d’uomo triste, uccisa dal tempo ma nata già morta. Il crocifisso del Gesù più smagrito e sporco che si possa rappresentare mi avrebbe fatto meno impressione. Il mio stomaco brontolava.
L’ingresso era accogliente. Quelle migliaia di luci non si vedono nemmeno su una nave da crociera, la reception era uguale alla sala comandi dell’Enterprise e c’erano più sportelli di accettazione di un ufficio di collocamento. I blocchi di marmo con le teste in bronzo dei due fondatori erano terrificanti, soprattutto perché terrificanti erano proprio i fondatori.
Il reparto che cercavo era quello dei disturbi del comportamento alimentare. Erano le dodici e non avevo fatto colazione. Il corridoio che porta alle stanze si trovava in prossimità del bar pieno di snack, panini e tramezzini. E di luci.
Le camere sembravano quelle dei bambini all’Ikea: colori e peluche ovunque, tutto imbottito e paffuto. Ad un certo punto, una visione: un gruppo di modelle sorridenti e vogliose si avvicina chiaccherando verso di me. Mi sento il protagonista della pubblicità dell’Axe. Peccato fosse, appunto, una visione. Le ragazze erano sì belle, ma non sorridevano e voglia ne avevano ben poca. Alcune si sono presentate: una mi ha dato la mano e se l’è tenuta per mezz’ora, usandomi come portachiavi. Un’altra mi ha guardato e non mi ha visto, facendomi immedesimare per un attimo in Patrick Swayze in Ghost: la porta a vetri che mi si è chiusa in faccia mi ha fatto capire che mi sbagliavo. Insomma, non vorrei dirlo ma si intuiva che qualcosa non andava in loro. Loro avranno pensato la stessa di cosa di me. Del resto anch’io ero digiuno.
Restavo curioso ma continuavo a gironzolare. Dovevo recuperare la cugina di un’amica, un corpicino di 40 kg su cui la terapia aveva fallito. Brutta cosa. Soprattutto con la fame che avevo. E’ stato grazie a lei che notato le altre. Donne e bambine, magre, meno magre e anche cicciotte, tutte con lo stesso problema.
Non sono in grado di commentare quello che ho visto, qualsiasi cosa sarebbe sbagliata. Non parlerò dei 40 kg, della mia amica, del viaggio. E nemmeno delle linguine con pesto alla genovese che ho mangiato la sera, dopo l’antipasto di salumi abruzzesi e prima del tiramisù. Non dirò se e quanto mi ha segnato il tempo trascorso lì dentro. Dirò solo una cosa: in bocca al lupo.