
Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
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Devo dedicargli un post. E’ quello che ho pensato ieri sera tornando a casa quando, salendo sul treno, l’ho vista seduta, assonnata, avvolta nella sua sciarpetta colorata. L’ho osservata per tutto il tragitto, senza riuscire a distogliere gli occhi dai suoi capelli biondi, dai suoi occhioni verdi e dal quel sorriso innocente e contagioso. Bella, era bella. La mia mente l’ha fotografata: giubbotto blu scuro con il cappuccio, maglioncino rosso sotto, pantaloni blu pesanti, scarpette da tennis chiare. Non parlava, non scambiava sguardi col mondo, non dava proprio confidenza. Ma emanava calore, distribuiva emozioni, chiedeva protezione.
Soprattutto ai suoi genitori, in piedi lì accanto a lei. Avrà avuto sì e no due anni. Il papà era giovane. La mamma giovanissima. Entrambi bei ragazzi, stranieri, forse dell’est. Non l’ho capito. La bimba stava nel passeggino, dove era sistemato anche un pacco con una bambola. C’erano sacchetti della spesa con dentro patatine, biscotti, cibi in scatola e frutta. La mamma portava in braccio una scatola lunga un metro e mezzo, con l’albero di Natale all’interno. Il papà giocava con la figlia, faticando per tenerla sveglia, probabilmente perché sarebbero scesi da lì a poco. Erano felici. Cazzo se erano felici. Sorridevano solo guardandosi. E io volevo guardare come loro e allora guardavo la piccola, guardavo la mamma, guardavo dove guardavano. Non ho potuto non guardare la bambola. Niente di che: una di quelle che si vendono a basso prezzo negli ipermercati. Sarà costata una decina di euro, la stessa cifra che io spendo solo per uscire dalla porta di casa. Sicuramente era il regalo di Natale. Un regalo che io oggi non farei, considerandolo di troppo poco valore. Quel quadretto mi ha fatto tenerezza, all’inizio almeno. Poco dopo invece ho provato invidia, pura semplice invidia. Non cattiva. Invidia per la loro semplicità, per quel modo di essere con le piccole cose che, magari, per loro tanto piccole non erano. Però lo erano per me che ho inquadrato il lato materiale di ciò che avevo davanti: il loro abbigliamento, la loro spesa, il regalo. Ma dietro queste inutili evidenze c’era un qualcosa di enorme, che non si può ridurre al concetto di coppia felice o famiglia unita. Era di più.
Ho guardato l’ora nel mio Sector da 300 euro. Lo zaino con il portatile pesava. Ho lasciato vibrare il telefono di ultima generazione che avevo in tasca senza rispondere. Ho chiuso il giubbotto nuovo che avevo indosso e sono sceso. La moto che ho comprato due mesi fa era dal meccanico per il primo tagliando. Per questo ho preso il treno.
Io non sono così. La mia famiglia non è così. Tanti anni fa ero io quella bambina nel passeggino, felice con poco perché tutto il resto era in chi mi voleva bene. L’azienda per cui lavoro, che non mi vuole bene, mi ha dato un sacco di soldi per venire qui. Mi ha comprato come quella bambola di poco conto e io ho lasciato la mia città con tutto quello che conteneva. Non sono affatto pentito. Ma quel treno mi ha portato nella direzione di me stesso, in un viaggio a tappe che terminerà solo quando mi sarò trovato. Vado a cercarmi… telefono ai miei.