
Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
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Ho voglia di innamorarmi. Ne ho voglia da tempo con un desiderio tale che mi ha portato tante volte a pensare di essere cotto e altrettante volte mi ha fatto capire di essermi illuso. Ho voglia di innamorarmi di una ragazza, chiaramente. Di una ragazza che mi prenda dal primo istante. Che mi parli per colmare i miei lunghi silenzi. Che mi ascolti e che non mi assecondi solo perché mi vuole bene. Che voglia andare allo stadio e al palazzetto e fare il tifo, per una qualunque squadra di un qualunque sport. Che sia contenta di andare in moto ma che non mi chieda di provare la mia perché glielo chiederei io. Che prediliga
P.S.: Nell’attesa di trovarla, non andrò più con una ragazza che non abbia le fossette sopra il fondoschiena.
Nel cammino di una vita non è improbabile che possano verificarsi eventi capaci di segnarne il percorso, eventi non necessariamente spiacevoli ma nemmeno meritevoli di essere ricordati a lungo. Probabilmente non è questo il caso di cui parlerò, eppure mai e poi mai avrei immaginato che potesse accadere quello che hanno visto i miei occhi. Ancora adesso, smaltito lo shock dopo una nottata insonne che mi porta ad avere ben altri problemi al momento, non riesco a crederci. Eppure è ancora lì, il fatto. Sul mio cellulare.
Continuo a girare e rigirare il telefono sapendo che niente cambierà. Forse è un modo per riflettere, per accettare, per metabolizzare. Lo passo da una mano all’altra, impronte digitali dappertutto, premo involontariamente qualche tasto, il display si illumina e, dopo qualche secondo, si spegne. Tolgo la batteria, si è bloccato. Lo riaccendo, un paio di tasti ed eccolo di nuovo lì, il messaggino incriminato.
Mio padre è sempre stato un appassionato di tecnologia: si interessa a tutto ciò che ha una componente elettronica e se poi questa fa parte di un gadget di dimensioni ridotte, il giocattolo deve diventare suo. Questo spiega la sua passione, vorrei dire innata ma non è così, per i cellulari.
Mio padre non lo vedo da mesi. Per cui è normale che, oltre alle consuete telefonate, con lui scambi qualche sms. Ed è stato appunto uno di questi che mi ha lasciato a bocca aperta. Non tanto per il suo significato (una semplice domanda di un dialogo già avviato), nè per il senso della domanda e nemmeno per il peso delle parole. Forse per la loro grammatica, anzi per la grammatica di una sola parola, per la sintassi di un solo pronome.
Alla soglia dei dodici lustri, mio padre ha scritto: ke.
Non aggiungo altro.

Sta arrivando.
Non crederò mai:
- che i due aerei da soli abbiano raso al suolo le Torri;
- che un aereo sia caduto sul Pentagono;
- che Alessandro fosse gay.
Il mio numero preferito è 1. E’ il numero del primo, è numero primo, è il numero n. 1 nel mondo. Nessuno può superare il primo. Chi ci riesce diventa automaticamente primo e sempre di 1 si tratta. Ci sono affezionato, non a caso sono nato il 1° gennaio. Per lo stesso motivo sono affezionato al 23, anche se di un altro mese. Adoro il 15, il numero della maglia con cui giocavo e il 13, il numero con cui giocavo quando il 15 lo prendeva un altro. Mi fa simpatia il 4 perché non lo calcola mai nessuno. Avete mai sentito dire a qualcuno che il suo numero preferito è il 4? Né primo né secondo né terzo: il 4 è fuori dal podio, il primo degli sfigati. Il 17, il re degli sfigati, e il 90 non li disprezzo. Così come il 99 che uso a calcetto per sembrare una squadra fortissimi. Affascinante è il 666, peccato sia già stato assegnato. Ho da poco scoperto il 24742, che mi ricorda le visite a questo blog mentre scrivo ma, se state leggendo, vuol dire che dovrò rivalutarlo.
Mi sono svegliato proprio mentre stavo dormendo. Erano le 13.30 ed una strana sensazione si era impadronita di me.
- “Amen!”
Sì, Amen, il mio pesce rosso era scomparso. Viveva nella sua boccia trasparente, in un mare di 5-
13.30 sarebbe un bel numero: 13,30, l’ora della mia nascita, minuto più minuto meno, minuto per minuto diviso. In tema di mezzi numeri voglio citare lo 0,9 periodico che, per quanto possa sforzarsi, non arriverà mai ad essere qualcuno. Mi è rimasto nel cuore il protagonista del formidabile "Gli scarafaggi non hanno re" ma qui parliamo di numeri, non di Numeri. E il 3,14? Che dire del celeberrimo pi greco?
Forse c'è un collegamento tra la scomparsa di Amen e la comparsa della croce col pupazzetto barbuto.
Il pi greco non può non ricordarmi Max Cohen che tra numeri e delirio cercava di trovare il senso della vita. Forse lo ha trovato, Amen.
P.S.: Se trovate qualcuno a cui piace il 4 fatemelo sapere.
Anche oggi non ho scritto un cazzo.