
Topper Harley, ex-alcolizzato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un tepee in Nepal, in compagnia di un'amica immaginaria vestita di nero con una falce in mano. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Eurasia, incontra una splendida professoressa di cui si innamora perdutamente e che ricambia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
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Disteso nel letto aspettavo che il sonno si impadronisse di me quella sera. Ero stanco e sapevo che non ci sarebbe voluto molto. La stanza era al buio, avvolta da un mantello di oscurità solo parzialmente lacerato da una piccola striscia di luce proveniente dalla strada. Non faceva caldo ma era un giorno di primavera e insistenti folate di scirocco filtravano dalla finestra, dando aria e vigore alla lunga tenda che dal soffitto toccava il pavimento come un sipario, con un fare simile al respiro di un vecchio addormentato. Un velo nel silenzio della stanza e nell'incertezza della notte.
C'era un pupazzo a cui ero affezionato appeso lì vicino. Era un clown. Un raggio di luna, o forse la memoria che da anni ricordava la creatura di stoffa e plastica in quella posizione, mi permetteva di distinguerne la sagoma. Il sonno stava arrivando. La tenda danzava e il soffio del vento si faceva più intenso. Sudavo. Il clown giocava con le onde che lo nascondevano e lo mostravano ai miei occhi con un'assiduità costante e fastidiosa. Poi qualcosa cambiò. Il caldo cominciava ora a imperversare e lo sguardo tardava a spegnersi. Il manto leggero continuava nelle sue evoluzioni e il pagliaccio sembrava divertito. Lo vedevo sorridere in quei frangenti in cui potevo. Le palpebre, restando socchiuse, avevano deciso che dovevo fissare senza tregua l'amico d'infanzia attaccato al muro, lungo l'estremità di una traiettoria di sguardi dritta e perfetta che solo quel sipario, nella sua movenza, a tratti spezzava.
Fu quando una mano lo afferrò di scatto da dietro la tenda che finalmente chiusi gli occhi. Per lo spavento. Un braccio umano lo aveva tolto di scena, portandolo via. Qualcuno mi osservava dalla finestra, immobile come lo ero io. Lo sentivo respirare. Era il vecchio. Gridai ma la voce non mi ascoltò, lasciando alla mente la sensazione di averlo fatto. Chiesi aiuto alla coscienza, pensando fosse un incubo. Serrai gli occhi per capire cosa avessi visto.
Dieci secondi di sonno mi avevano dimostrato che i clown hanno sempre uno spazio nelle nostre paure.
Hai presente la voce più sensuale del pianeta? Quella capace di provocarti un brivido lungo le braccia pronunciando frasi del tipo "ho mangiato un panino al formaggio"? Quella capace di farti svenire dicendo "vorrei che fossi qui"? Quella capace di ucciderti chiedendoti di fare l'amore? Ecco io l'ho presente. Ho perennemente la pelle d'oca e ho perso conoscenza sei o sette volte da quando la conosco. Purtroppo sono ancora vivo.
E' il prodotto di un incrocio armonioso tra una donna e una bambina, tra una poesia e un romanzo, tra un sogno e un sogno più grande. Niente a che vedere con Sinatra o Bono: qui si parla di una voce femminile, che non canta ma sortisce gli effetti di una musica, che non grida pur provocando uno sconvolgimento dei sensi. Nemmeno il celeberrimo canto dell'usignolo le si avvicina: la sua musicalità è ancora più piacevole, arricchita da una fluidità di suoni incontenibile, da un alternarsi inspiegabile di toni espressivi e da un non so che di erotico, un accento o una cadenza quasi irreali.
Mi chiedo da dove possa provenire questa composizione di elementi. Quando la ammiro estasiato i miei pensieri vagano come note sparse, fantasticano per frequenze sconosciute per poi convogliare irrimediabilmente verso la fonte di tale suono, la bocca. La melodia deve per forza provenire dalla sinergia perfetta di due labbra morbide e delicate, una lingua pura e lievemente vellutata e una dentatura perfetta. Tutto naturalmente coordinato da un cervello non indifferente.
E che viso può avere una creatura del genere? Una splendida bocca non può non far parte di uno splendido viso. Guance rosa e lisce che delimitano un sorriso folgorante. Occhi chiari. Gli occhi devono sicuramente essere chiari, azzurri direi. Non mi dilugherò a paragonarli all'azzurro del cielo sereno o al blu del mare d'estate: l'accostamento è improponibile. Gli occhi hanno qualcosa che il cielo e il mare hanno solo in parte, l'anima, quello strano meccanismo intangibile che trasforma il semplice in speciale.
Non renderei onore a tutta questa bellezza continuando con una descrizione dei particolari che non so manifestare. Non sono bravo in queste cose e oltretutto non posso descrivere ciò che non vedo. Tutto parte parte da quella bocca lontana. E' quella la causa dei miei sogni onirici. E' quella la causa della mia inquietudine nell'ascoltare qualcosa che le assomiglia e non le si avvicina. Ed è quella l'unica spiegazione all'ammissione che tutto sommato il telefono è una grande trovata. Ma ancor di più lo è l'aereo perché sarà quest'altra invenzione, forse un giorno, a dare un senso alle mie parole e a quella voce.
Invitato dall’amico Tan Dream, di cui riuscirò prima o poi a vendicarmi, e da qualcun altro che ora non ricordo, non posso non partecipare a questo simpatico gioco. Più che un gioco è una catena di Sant’Antonio, ormai passata di moda. Che c’entrerà poi Sant’Antonio con le catene non lo so. E col fuoco nemmeno.
Regolamento: il primo giocoliere di questo gioco inizia il suo messaggio con il titolo "Cinque mie strane abitudini", e le persone che vengono invitate a scrivere un messaggio sul loro blog a proposito delle loro strane abitudini devono anche indicare chiaramente questo regolamento. Alla fine dovrete scegliere cinque nuove persone da indicare. Non dimenticare di lasciare un commento nel loro blog o journal che dice "sei stato scelto", e ditegli di leggere il vostro.
1) Quando divoro un libro, ne vado a comprare subito un altro per leggerlo.
2) Non mi addormento mai se prima non chiudo gli occhi.
3) Mi piace far credere a chi mi legge che io esista.
4) Ogni volta che partecipo ad una catena, scrivo cazzate.
Sono strane abitudini queste. Sono strani giorni. L’entusiasmo che dedico alle cose è paragonabile alla iella che il Papa geneticamente pontificato Vattelapesca XVI ha portato al suo predecessore per prenderne il posto. Ma è pur sempre inferiore allaura di ammirazione che riscuotono le immaginette del nanetto berlusclown mentre cambia canale. Cazzo, io quando cambio canale lo faccio col telecomando. Il nanetto invece lo fa teletrasportandosi. E’ pure più veloce di me che devo solo premere un tasto: è sempre lì e non me lo spiego. E’ onnipresente. Che sia, come dicono in tanti, sé compreso, realmente Dio? Se fosse così, non esisterebbe. Come Mike Bongiorno che è morto nell’immediato dopoguerra dopo aver registrato le puntate della Ruota e di Genius che ci intratterranno per i prossimi sedici lustri.
Invece esiste. Avendo dei sentimenti, dei pensieri e un blog, esisto anche io. Voglio farlo credere a chi mi legge e a chi legge ma non alla legge che non esiste davvero. Per Lei io non ci sono, sono un fuorilegge perché le sue regole non mi contemplano più, mi hanno abbandonato a tutto il resto. Ecco il motivo portante della mia attualità, l’essere contemplato, magari quando dormo con gli occhi chiusi dopo aver sognato con gli occhi aperti gustando un libro nella confusione dei sensi. Il gusto non appartiene agli occhi. Non lo capiscono quelli del telegiornale che lo propongono ogni giorno a pranzo? Un tg non si gusta e un libro non si divora. Un vecchietto del mio paese diceva che l’italiano non è l’italiano: è il ragionare e ha ragione. Lui i libri li legge. Li scrive e lì scrive, cioè al mio paese, dove la legge non esiste e io sì, dove è già mercoledì e io no, dove uno fa di noi ciò che vuole e Lei di me pure, come il pomodoro quando salsa dal letto e la patata purè. Il cerchio non quadra, la catena non ruota, il ciclo non si chiude e la saga continua. E’ l’abitudine. E’ la strana abitudine di credere che leggere un libro prima di chiudere gli occhi e addormentarmi possa spezzare la catena che mi lega a chi mi piace, divorandomi l’esistenza. E’ una cazzata.
Passo il testimone a:
Doris Clausen
Huemul
Cancelletto trentuno cancelletto
Salam
Zombie
Ah… dimenticavo la quinta strana abitudine:
5) Ogni volta che partecipo ad una catena, la spezzo.