
Topper Harley, ex-alcoliz- zato esperto in strategie di pace, vive in esilio in un te- pee in Nepal, in compagnia di un'ex modella da morire e di una tzigana psicopa- tica. Richiamato in patria per salvare la libertà di pensiero in una pericolosa missione in Estasia, incon- tra una splendida professo- ressa di cui si innamora perdutamente e che ricam- bia la passione con ardore epiteliale. Un giorno, per motivi ancora ignoti, lei lo abbandona e lui, tornato nel suo tepee dopo aver disertato, decide di aprire questo blog per raccontare il resto della sua vita.
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Il momento si avvicina. Tra un paio di giorni la modella da morire, l’ex modella da morire, lascerà il mio tepee per andare non so dove. E’ una gran perdita. I suoi perizomini sparsi per casa mi mancheranno, soprattutto quello nero di Hello Kitty. Mi farà uno strano effetto rientrare la sera e trovare i mobili esattamente lì dove li avevo visti la mattina, lei li spostava sempre, i mobili, i soprammobili e tutti gli oggetti della casa in genere, ogni giorno una disposizione diversa, tant’è che io alla fine non ci ho capito più niente e credo che la scopa sia ancora nel frigo dove l’ho lasciata. Mi mancherà la sua musica orripilante, così come i post-it attaccati ovunque che usavamo per comunicare. I miei erano gialli, come tutti i post-it del mondo, i suoi erano un misto di fucsia, lilla e milka. Mi mancherà la sua mise da notte, quella magliettina che a fatica le copriva il sedere e a sbavare le scopriva le gambe. Le gambe, quelle cazzo di gambe, che l’altra sera quando siamo usciti insieme (ebbene sì, siamo usciti insieme) mostrava e ostentava col solo intento di farmi sentire Lino Banfi davanti a Edwige Fenech. Aveva una microgonna jeans quella sera, stivaletti e canottiera nera. Fonti attendibili mi hanno riferito che indossava anche il perizoma nero di Hello Kitty. E’ stata una serata..., è stata la serata. Nemmeno il concerto dei Depeche Mode, qualche giorno dopo, è servito a distrarmi. Certo Dave Gahan è proprio un grande, però è un uomo e io sono uomo e la modella è donna, o meglio è femmina, come le piace ricordarmi sempre. E la domanda che tutti mi fanno è sempre la stessa: ci sei andato a letto? E la risposta è sempre la stessa: non sono affari tuoi. E rispondo così solo per far intuire che ci sono andato senza però dirlo apertamente e così uno può immaginare tutto quello che vuole e io non faccio la parte di Lino Banfi, quando in realtà, dentro di me, l’orgoglio soffoca l’ego e grida in silenzio, a tutti quelli che me lo domandano, che io con l’ex modella da morire non ci sono andato a letto ed è così appagante questo ruolo di me che rifiuta una come lei che lo ripeto che non ci sono andato a letto e lo grido e lo scolpisco, lo scavo e lo scrivo. Solo qui però.
Campanella. E’ il briefing dell’atto primo. Sono le 7.10 del mattino e fino a dieci minuti fa stavo sognando Charlize Theron che faceva sesso con Keanu Reeves. Io ero Keanu Reeves. La campanella mi riporta alla realtà. Siamo arrivati a Marsa Alam ieri, siamo in barca da ieri e da ieri aspettiamo questa immersione.
Si scende. Shaab Marsa Alam, 16 metri, 55 minuti. Buona la prima. Tutti contenti.
Campanella. E’ la colazione. Si naviga. Un po’ di sole, poco perché la mia pella ha già un colore rosso Ferrari macchiata di sangue.
Campanella. Pranzo. Si naviga ancora.
Campanella. Briefing. Immersione a Gota Sharm, 33 metri, 44 minuti. I fondali e i pesci cominciano a diventare sempre più interessanti e colorati. Se sapessi anche far funzionare a dovere la mia fotocamera digitale sarebbe perfetto. Ma lì sotto è un altro mondo e tutto un altro colore.
Campanella. Cena. Stanchi morti ed è solo il primo giorno. La bottiglia di vodka che ho imboscato in cabina all’insaputa dell’equipaggio rigorosamente musulmano e quindi non dedito ai piaceri dell’alcool, resta in frigo.
Campanella. Briefing. Sono sempre le 7.10 ma è un altro giorno. Dieci minuti fa sognavo Charlize e Keanu che facevano sesso sott’acqua. Non ero Keanu, cazzo, ma un pesce pagliaccio che gli nuotava intorno. Immersione a Ras Sataya, 36 metri, 55 minuti.
Campanella. Colazione. Si va a Dolphin Reef, dove speriamo di trovare i delfini e, ricazzo, li troviamo. Mi butto in acqua ancora prima di capire che, a nuoto, col cacchio che riesco a stargli dietro. Idea geniale. Mi faccio trainare dal gommone aggrappandomi ad una corda. Seguiamo i delfini tutta la mattina, sono fantastici. Prima d’ora li avevo visto solo in un parco acquatico. Loro invece non mi avevano mai visto. Per ore nuoto e gioco con loro a pochi centimetri senza mai riuscire a sfiorarne uno. Quando finalmente ci riesco, il delfino mi guarda, mi dice qualcosa nella sua lingua e io ricambio. Siamo amici. Gli chiedo l’email ma lui non ce l’ha, non usa internet, non naviga, nuota. Risalgo in barca stanco morto ma morto felice. Non vedo l’ora di sdraiarmi un po’ per riprendermi. Non so ancora che la campana maledetta sta per suonare ancora.
Campanella. Briefing. Si scende a Shaab Malahy, 24 metri, 60 minuti. Risalgo che non ho praticamente aria nella bombola. Devo riposare ma…
Campanella. Pranzo. Mangio con una mano che alza l’altra per imboccarmi. Si naviga.
Campanella. Briefing. Immersione notturna a Sataya West, 10 metri, 47 minuti. La torcia si spegne dopo pochi minuti. Devo seguire gli altri. Per fortuna uno di noi ha pensato bene di portare l’impianto dello stadio Olimpico, sembra giorno, quasi mi abbronzo nonostante la muta.
Campanella. Cena. Sembra notte, lo è. Bevo vodka e coca. Guardo le stelle e le costellazioni dello Stambecco e del Rodeo. Bevo vodka, decisamente.
Campanella. Briefing. Altro posto, stessa ora. Charlize gioca nuda in mezzo ai delfini, Keanu li guarda divertito facendo snorkeling, io sono un pesce napoleone. Comincio a temere di svegliarmi domani ed essere Charlize. Non sarebbe bello fare sesso con Keanu Reeves. Shaab Maksur “punta nord”, 34 metri, 48 minuti.
Campanella. Colazione. Si naviga.
Campanella. Pranzo.
Campanella. Briefing. Shaab Claudio, 19 metri, 74 minuti. Nuovo record mondiale. Mai stato tanto tempo sott’acqua. Acqua del mare intendo, perché sotto la doccia il record è 8 ore e 31 minuti. Navighiamo.
Campanella. Briefing. Notturna a Abu Galawa “Tienstin”, dal nome della nave giapponese, ora relitto, che andiamo ad espolorare. 15 metri, 38 minuti. Ho un’altra torcia ma dura meno della precedente. Per fortuna c’è lo stadio Olimpico.
Campanella. Cena. Ancora vodka. Per poco commetto un errore. Per poco. Fortunatamente non sbaglio mai quando bevo. Notte.
Campanella. Ancora le 7.10. Charlize ha mal di testa, Keanu guarda un film porno. Nel sogno io non esisto, il sesso è ormai un lontano ricordo. Shaab Maksur “punta sud”, 40 metri, 51 minuti.
Campanella. Colazione. Navighiamo in direzione di un piccolo un atollo su cui poter finalmente poggiare i miei piedi palmati. E’ un posto da sogno, sembra Fantasilandia. Cerco Tatoo e sono già pronto ad esprimere un desiderio (sesso con Charlize Theron) ma l’isolotto è deserto.
Campanella. Pranzo.
Campanella. Briefing. Erg Wadi Gimal, 18 metri, 54 minuti.
Campanella. Cena. Notte. La vodka sembra non finire. Domani si scende a Elphinstone, il vero obiettivo di questa missione.
Campanella. Briefing. Sempre le 7.10. Charlize e Keanu fanno sempre sesso, ormai vivono insieme, hanno formato una famiglia. Io sono sempre più lontano da lei. Elphinstone “punta nord”, 41 metri, 64 minuti. E’ il gran giorno del Carcharhinus Longimanus, lo squalo protagonista dell’avventura. Ne vedo due. Sono abbastanza distanti ma riesco a fotografarli.
Campanella. Colazione. Si parla solo di squali.
Campanella. Briefing. Elphinstone “punta sud”, 34 metri, 49 minuti. Ancora i due Longimanus.
Campanella. Pranzo.
Campanella. Briefing. Elphinstone “punta ovest”, 15 metri, 50 minuti.
Campanella. Cena. Poca vodka, molto sonno.
Campanella. Briefing. Charlize è incinta, Keanu è fregato, dice di non essere lui il padre e accusa me. Forse sono stato io quando ero lui, il primo giorno. Ma è un sogno e io lo so. Di nuovo Elphinstone “punta nord”, 41 metri, 65 minuti. Incontro ravvicinato del terzo tipo con il Longimanus. La regola è di nuotargli sotto, mai a pelo d’acqua. Lo fotografo, lo filmo, gli chiedo un autografo. Mi sfiora, divento autore di uno scatto memorabile. Jaques Cousteau sarebbe stato fiero di me.
Campanella. Colazione.
Campanella. Briefing. Elphinstone “punta ovest”, 42 metri, 60 minuti. Ultimo atto. Ancora Longimanus.
Campanella. Pranzo. Si torna indietro. In barca fino a domani. Passeremo tutta la giornata in un resort prima di riprendere il volo la sera. Di Charlize non avrò più notizie e mai saprò se il figlio che porta in grembo è mio, di Keanu o di me quando ero Keanu.
E’ stata una grande esperienza. Ho giocato con i delfini. Ho visto pesci pagliaccio, farfalla, napoleone, tonni, barracuda, pesci leone, palla, angelo, pappagallo, ago, trombetta, razze, gorgonie e coralli e chissà cos’altro. Sono stato su un atollo. Ho nuotato con gli squali. Vacanza memorabile. Su tutto, quello che mai dimenticherò sarà però la campanella.

Intanto me ne vado al concerto dei Depeche Mode...
Non scriverò la storia di lei che se ne va e non ritorna più. Lei passerebbe intere giornate nuda a farsi accarezzare la schiena e a scrivere sul suo corpo.
Sto facendo ciò che nessun uomo dovrebbe fare mai nella propria vita: stare a casa e lavorare. E in tutto ciò vorrei dire solo una cosa: minchia.
Cosa ti direi se ti rivedessi? Adesso ti dico cosa. Se ti rivedessi, ti direi innanzitutto che mi sei mancata. Che ti voglio bene. Ti direi che ho cambiato auto. Ti racconterei dei miei ultimi viaggi, del Giappone, del Lussemburgo, di Bruxelles e della vacanza in barca che farò il mese prossimo. Ti darei il regalo di Natale che ancora conservo con tanto affetto. Ti farei vedere le foto del peyote che abbiamo comprato insieme, che è diventato enorme. Ti parlerei del capodanno che ho passato con la mia famiglia, ti direi come stanno loro e soprattutto quel cornutello di mio nipote che cresce e impara le cose buone dal mondo. Ti chiederei come sta la tua famiglia, senza però nominare tuo fratello, che è uno stronzo, e tua cugina, che è una stronza. Ti parlerei degli ultimi, fantastici, libri che ho letto. Ti parlerei degli ultimi, fantascientifici, film che ho visto. Accennerei al lavoro, quello che mi ha portato lontano dalla nostra città. Ti direi che in fondo è un bene aver cambiato aria. Ti ricorderei che non mi hai fatto gli auguri per il compleanno. Ti rinfaccerei che non ti fai sentire da mesi. Ribadirei che la colpa è solo tua e non solo per quello. Ti ricorderei cosa mi hai fatto. Griderei che non ti perdonerò mai. Urlerei che è meglio non sentirti e non sapere cosa fai. Sputerei sul post che ti ho dedicato, l’ennesimo. Ti augurerei di passare quello che io ho passato a causa tua e di viverlo nel peggiore nei modi, se esistesse il peggio. E alla fine userei una sola parola per riassumere tutto questo: ciao.
Manca poco.
Il conto alla rovescia è iniziato.
I 45 sms sono diventati 80.
Sono passati due anni nel frattempo.
Quel giorno alla stazione si avvicina.
Verrò a prenderti, potrò prenderti e volare via.
Finalmente potrò abbracciarti, guardarti negli occhi, sorriderti.
Non avrò molto da dire.
Ti chiederò soltanto di seguirmi.
Lo farò con un gesto veloce.
Ti terrò per mano e comincerò a correre.
E tu dovrai correre con me.
Perché ho lasciato l’auto in sosta vietata.
Devo scrivere sul blog, devo scrivere sul blog...

Spero di non ricevere mai il premio Dardos.
In sintesi, è andata così. Il pranzo è finito. Prendo la frutta, la frutta che aveva già preso me ancor prima di entrare al ristorante. E’ uva. Ne mangio un chicco, poi un altro. Sembra buona. Lo è. Vorrei che non finisse. Ma le alternative sono due: o la mangio, gustandone il sapore finchè mi viene concesso, sapendo che non mi resterà niente se non quel senso di sazietà destinato a svanire, o la lascio, nella speranza, vana, di poterla ritrovare ma forte del ricordo di quel gusto che ho assaporato appieno.
L’ho lasciata.
Dica trentatre.
In principio era Splinder, ora è Facebook. Dall’altro giorno però Facebook è morto, almeno per me. Mentre tutti gli esseri viventi con cui ho a che fare, compreso il mio peyote, si registrano e alimentano la propria rete di amicizie, cause, petizioni, giochi e cazzate varie, io ho disattivato l’account.
Ammiro chi non ha mai utilizzato Facebook e non giudico chi lo utilizza. Ma utilizzarlo o non utilizzarlo sono due posizioni nette, che non accettano compromessi: chi lo usa lo elogia, chi non lo usa lo disprezza. Io, da sempre noto per la mia incoerenza, un account lo avevo creato. Ero arrivato anche ad avere ben trenta amici, un numero impressionante che nemmeno nella vita reale ero riuscito a raggiungere. Nessuno di questi era un compagno di scuola, sono morti tutti. Avevo pubblicato delle foto, scrivevo sulla bacheca, ogni tanto aggiornavo il mio stato: Topper sta lavorando, Topper è in bagno, Topper dorme. Avevo firmato tutte le petizioni che mi erano state proposte: ho anche contribuito a salvare il baco da barbabietola dalla deforestazione in Antartide. Mi piaceva Geo Challenge ma perdevo troppi punti nell’individuare i luoghi famosi del pianeta. Sul profilo poche informazioni. Sesso: maschio. Data di nascita: 29 febbraio. Orientamento religioso: ateo, grazie a dio. Orientamento politico: mai avuto. In compenso, ogni giorno, un numerello rosso fuoco in continua crescita appariva in basso a destra. Ci cliccavo su e via con amicizie, cause, petizioni, giochi e cazzate varie.
Un bel giorno però, mi è apparsa in sogno la fatina dei denti ordinandomi di chiudere Facebook, altrimenti me li avrebbe spezzati tutti, i denti. Terrorizzato, visto che i denti sono assolutamente necessari per usare lo spazzolino, ho iniziato a meditare finchè, in data 11 febbraio c.a., ho deciso di disintegrare l’account. Ora non so quanta gente prima di me lo abbia fatto ma mi piace pensare di poter essere un precursore in tal senso, un pioniere della cancellazione della propria identità in Facebook, come quella volta in cui mi sono calato con una corda da un ponte di 180 metri o come quando mi sono fatto il segno della croce in una moschea o come quando fuori piove.
Fatto sta che Facebook non era d’accordo con me. E io lo avevo intuito. Tra un clic e l’altro, fingendo interesse per la bacheca di un amico, mi sono spostato fischiettando con indifferenza sulle impostazioni e ho cliccato, tramite un gesto apparentemente involontario del dito indice, su un innocente link denominato “Disattiva account” pensando che il gioco fosse fatto. Mi sbagliavo, ero ancora lontano dal grande passo eutanasico. Facebook mi presenta una serie di foto simili alle iconette funebri che stanno sulle lapidi, ognuna con l’epitaffio “Tizio sentirà la tua mancanza”, “Caio sentirà la tua mancanza” e così via, per tutti gli amici certificati ma non solo, anche per quelli non certificati e incrociati per sbaglio e per gli amici degli amici, i parenti degli amici, gli animali domestici dei parenti. L’account stava chiaramente agonizzando ma non voleva cedere.
Nella stessa pagina, Facebook mi pone la domanda da un milione di dollari: perché ho deciso di disattivare l’account. E sotto una sbrodolata di risposte multiple:
- Devo sistemare qualcosa nel mio account. (No, no, devo proprio eliminarlo)
- Passo troppo tempo a usare Facebook. (Sì, tredici minuti in una settimana sono troppi)
- Non trovo che Facebook sia utile. (E nemmeno dilettevole)
- Si tratta di uno stato temporaneo. Tornerò. (Sì, sì, aspettatemi amici)
- Ho un altro account Facebook. (Anche due, anche tre)
- Non mi sento al sicuro su Facebook. (E' lui che non deve sentirsi al sicuro, lo sto eliminando)
- Non capisco come si usa Facebook. (Non si usa infatti, è lui che usa noi)
- Ricevo troppe e-mail, inviti e richieste da Facebook. (Sì, amicizie, cause, petizioni, giochi e cazzate varie)
- Altro.
Con “Altro” Facebook, con l’account in coma, mi sussurra “Per favore spiegati meglio”. Non vuole lasciarmi e sta facendo di tutto per trasmettermi il senso di colpa. Metto un puntino sul campo libero e procedo.
L’account entra in coma irreversibile, cioè mi vuol far credere di essere già morto quando in realtà potrebbe anche avere dei figli, e mi chiede se non voglio ricevere più e-mail. Non voglio.
Arriva il momento di staccare la spina. In fondo alla pagina vedo il tastino blu “Disattiva l’account”. Un clic ed è fatta, penso. Invece no. Un ultimo sputo di neuroni mi obbliga a trascrivere un mix di lettere storte e sovrapposte per confermare l’operazione. Ripeto l’operazione tre volte perché le lettere sono illeggibili, cioè non sono lettere ma geroglifici che interpreto grazie all’aiuto di uno zio geologo.
Clic. Attesa. Altro clic. Facebook è cliccamente morto.
Poi finalmente il silenzio.